LE FOTO DA 616 A 620 (Maggio 2013)

616) - 2013 – Chiusavecchia.

 

     Nelle foto nn. 68, 70, 190 e 581 parlai dei modi di pescare della mia fanciullezza, quando non c’erano regole a tutela del patrimonio ittico.

     Sono andato nella vecchia casa del nonno, a rovistare cantina e solaio, alla ricerca di qualcosa che si riferisse a quei modi di pesca.

     Queste sono ancora le tenaglie di allora. Servivano per afferrare le anguille senza tagliarle. Infatti, le due ganasce sono costituite da grossi denti, che impediscono alla viscida anguilla di fuggire. I manici sono abbastanza lunghi, perché, solitamente, le anguille si adagiavano sul fondo del torrente.

617) – 2013 – Castelvecchio d’Imperia.

 

     Questo è un altro tipo di tenaglia, un po’ più lungo, usato a maggiori profondità. Sono comunque sempre profondità relative: al massimo un metro scarso.

     Anche qui, ho fatto scomodare un cugino a rovistare negli scantinati, per reperire questo cimelio.

     Queste tenaglie sono appoggiate al basamento della vecchia macina delle olive, ferma da decenni.

 

 

618) – 2013 – Castelvecchio d’Imperia.

 

   Queste sono le due macine per le olive, che servivano per la prima spremitura (a destra) e per la seconda.

     Le olive venivano scaricate al piano di sopra; poi, attraverso il tubo sagomato che si vede a sinistra, venivano fatte scendere direttamente nella vasca della macina.

     Non c’era forza motrice elettrica e le macine giravano ad acqua, come si vede sotto.

619 – Castelvecchio d’Imperia.

 

     Questo era “u ruassu”, la ruotaccia. Attraverso una canalizzazione che percorreva un pezzo di cantina, l’acqua del torrente Impero veniva a cadere sulle sacche della ruota che, per il peso, girava e, a mezzo di collegamenti meccanici, faceva girare la macina.

     La ruota, in foto, sembra piccola, ma in realtà il diametro è più di due uomini uno sull’altro. L’energia doveva essere molta, perché, a parte la dispersione, doveva far girare le pesanti macine della foto sopra.

620) – 2013 – Castelvecchio d’Imperia.

     Cerca e ricerca, abbiamo scovato “u bertaellu”, la nassa che serviva soprattutto in due occasioni:

     1°. nel barcaggio (foto n. 68). Alla fine del grande graticcio di canne, invece del sacco, chi era un po’ più “benestante”, metteva direttamente la nassa, che raccoglieva anguille e pesci (ma poi i pesci venivano rimessi in acqua;

     2°. nell seccagna (foto n. 70). Quando si prosciugava un piccolo ramo del già piccolo torrente, le anguille tendevano ad andare dove andava l’acqua che, come diceva mia nonna, va sempre in giù. Alla fine del rigagnolo, un piccolo incanalamento portava l’acqua alla nassa, generalmente fissata fra due o più sassi.

     Poi, la fanciullezza finì e con essa la pesca dinamica delle anguille. E’ rimasto il ricordo, bellissimo e struggente, commovente, visto cogli occhi di 65 anni dopo.

     Risultato: con quella pesca fuori legge, pullulavano le anguille; ora, con la ferrea tutela del patrimonio ittico, l’acqua pare pulitissima, ma non c’è più un’anguilla.

Pagina successiva
Pagina precedente
Torna a FOTO
Torna all'indice