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547) - 1939 - Mio suocero
era del 1910, quando fun chiamato alle armi nel 1931, fu messo in Fanteria e,
come universitario, fu subito inquadrato negli ufficiali di complemento.
Non era nemmeno cacciatore, non amava le
armi, non alzava mai il naso dai libri di latino e di greco. Poi, nel 1939,
fu richiamato e spedito in Africa.
Sul retro della foto c'è scritto:
"Sul piroscafo per Bengasi - Sett. '39". E' il primo a destra, con
due colleghi.
Ci sarà qualche figlio o nipote dei due
colleghi che riuscirà ad identificarli?
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548) - 1939 – In Africa
(non c’era ancora la guerra) era di stanza a Martuba, l’aeroporto di Derna.
Una foto dell’accampamento, con tavolo
su cui si mangiava, si scriveva, eccetera.
Sul retro della foto c’è semplicemente
scritto: “Martuba ottobre 1939”
più un piccolo scarabocchio volutamente illeggibile, che doveva indicare
l’anno (XVII?) dell’era fascista. Era un fiero mazziniano e si rifiutava di
riconoscere il regime di allora. Ma, come ufficiale, sia pure di complemento,
doveva usare cautela...
Poi, quando iniziò la guerra, mise anche
l’anno dell’era fascista (come si vedrà nelle foto seguenti), per non
aumentare le preoccupazioni. Era già in apprensione per la moglie ebrea ed i
figli piccoli.
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549) - 1941 – Intanto,
era scoppiata la guerra e, dall’Africa, fu spostato in Jugoslavia.
La
foto porta la scritta: “Podgorica, 1
Giugno 1941 XIX. Con la speranza di mandare presto alla mia Irma (la
moglie, fra l’altro, ebrea) e ai miei
bambini (ne aveva due ed il terzo in arrivo) qualcosa di meglio. Roberto”.
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550) – 1941 – Fu
spostato al forte Brajci, al confine tra la Serbia e il Montenegro.
Sul retro della foto c’è la scritta:”A Brajci – 7-XI-1941 – XX”.
E’ il primo a destra, colla custodia
della macchina fotografica in mano.
E gli altri? Spero sempre che qualche
figlio o nipote li identifichi.
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551) 1941 – Ancora in Jugoslavia, a Brajci.
Sul retro, la
scritta dice:”Forte di Brajci –
7-XI-1941 – XX”.
Quello era il forte
che dovevano difendere.
Dalla guerra in
Jugoslavia portò a casa (e prima di morire mi regalò) una di quelle pipe serbe,
lunghe un metro e tutte intarsiate.
Dopo alcuni
attentati alle nostre truppe, fu incaricato di cercare eventuali partigiani
nascosti o, comunque, giovani non presentatisi all’autorità italiana, come
indicato nel bando. In una casa di campagna, mentre i subalterni
perquisivano, entrò nella stalla e, dietro dei legni, scoprì un ragazzotto,
molto giovane, terrorizzato, come impietrita era la madre, che aveva seguito
mio suocero. Non aveva proprio l’aria di un sovversivo pericoloso; fece finta
di non vederlo ed uscì, dicendo ai soldati che nella stalla aveva guardato
lui. Partiti, dopo cinquanta metri, lo raggiunse la madre che, in un impeto
di gioia, gli volle regalare quella pipa.
Fu molto
imbarazzato, perché la cosa stupì qualche soldato, che ne parlò
nell’accampamento. Fu chiamato dal capitano, suo superiore, a dar spiegazioni
e dovette inventarsi, su due piedi, una tresca con la vecchietta imbacuccata.
Si prese una ramanzina, perché non si deve dar confidenza ai civili di un
Paese occupato.
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