INSEGNANTI, PENSATE A LAVORARE!(Marzo 2019)

      Pochi giorni fa, il Ministro lamentò che gli insegnanti pensassero molto allo stipendio e poco al lavoro. Lo disse in modo soft, ma il concetto enunciato dal mio ex collega era chiaro.
      Secondo me, si espresse male; forse voleva soltanto far rilevare il sempre maggior disagio della scuola, complicato dal sempre maggior numero di insegnanti impreparati. Ma non c’era alcun bisogno di metterlo in relazione all’aspetto economico; facendolo, ci si contraddice.
      In linea generale, un servizio pubblico è retribuito (diviso in vari gradi) in rapporto al beneficio che tale servizio rende alla collettività, ove il termine "rende" non va inteso soltanto economicamente. Tanto più si crede che il servizio sia utile al cittadino, tanto più è valutato. Di qui, si vede il prestigio che la Scuola ha in Italia; ci sono – a parità di studi richiesti – altri settori di servizi pubblici peggio retribuiti? Ciò significherebbe che sono meno stimati della Scuola. Ce ne sono (e io direi di sì) che sono meglio retribuiti? Ciò significa che, per il Governo, la Scuola è meno stimata, oppure, è semplicemente meno temuta, il che non sarebbe tanto onesto.
      A volte si ha l’impressione che l’innocua Scuola sia sopportata dagli enti erogatori (Stato e Locali) come attività imposta, mentre altre funzioni (o poteri, che dir si voglia) siano attività sentitamente dovute o temute. E, di conseguenza, maggiormente retribuite.
      Purtroppo, la Scuola ha i suoi difetti, accresciuti negli ultimi decenni; la classe docente va migliorata, ma non solo con corsi, aggiornamenti, buoni-libro, convegni. So di dare un dispiacere a molti docenti, ma la prima cosa da correggere sarebbe la modalità di assunzione. Su questo punto, mi trovo perfettamente d’accordo con un saggio dirigente scolastico, ora in pensione, profondo studioso della storia del Parlamento italiano e delle sue leggi, che, già anni fa, propugnava l’assunzione per merito.
      Come sarebbe a dire? Dirà qualcuno. Non c’è un concorso? Sì, quando c’è, quando è un concorso, non un semplice esame, col funesto aiuto dell’inserimento a pettine.
      Il saggio che non nomino prevedeva, per la partecipazione al concorso, il possesso della laurea, conditio sine qua non come la maggiore età, non valutabile, indipendentemente dal punteggio. Il concorso, poi, va fatto per Provincia o per Regione, non essendo possibile un’unica commissione nazionale. Ogni candidato, ovviamente, può partecipare nella Provincia (o Regione) di sua scelta e in quella avverrà l’assunzione in ruolo, ma solo in quella. L’eventuale trasferimento è cosa diversa, che non attiene all’assunzione, e va regolato a parte.
      Il concorso? Mi ricordo quelli da me sostenuti per essere assunto: tutti per soli esami e, precisamente, tre scritti ed altrettanti orali. Niente valutazione titoli. Ne vinsi due, in due Ministeri diversi. Un terzo non lo superai, perché ottenni 8 e rotti su 10, ma eravamo centinaia di partecipanti e fui solo dodicesimo, mentre i posti erano solo 4. Non esiste l’abilitazione nei concorsi seri.
      Gli insegnanti (e nelle mie famiglie sono tutti insegnanti) vivono all’ombra dell’abilitazione, che è un documento che certifica l’idoneità all’insegnamento e basta. Tutti gridano: ho vinto il concorso!, ma sanno benissimo che non è così. Sono abilitati all’esercizio della professione, come lo sono gli ingegneri, i ragionieri, gli avvocati, eccetera. Ma gli ingegneri, i ragionieri, gli avvocati, eccetera non sono assunti dallo Stato perché si sono dimostrati idonei alla professione.
      E per oggi mi taccio. Ci sarebbero altri due aspetti, altrettanto importanti, di cui, se troverò il tempo, parlerò un’altra volta (San Paolo parafrasato...): la qualità dei dirigenti (lo ero anch’io) e, dulcis in fundo, i programmi.

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