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581) – 1959 – Chiusavecchia. Achille Cogno e mio fratello
Carlo, dopo la toeletta mattutina nel torrente. A proposito del quale, nelle
foto nn. 68, 70 e 190, illustrai tre modi di pescare le anguille, negli anni
del dopoguerra, quando non c’erano controlli di guardapesca.
C’era un quarto modo,
che a me piaceva per la sua semplicità: le fascine.
Si prendevano alcune
fascine di sarmenti, si appesantivano con un paio di sassi e si immergevano
nel torrente, in punto in cui l’acqua fosse stagnante o scorresse solo lenta
in superficie. Le anguille amano questi rifugi e vi si annidavano. Una volta
ogni decina di giorni, si andava sulla riva e, con una pertica munita di un
gancio, si agganciava una fascina. La si tirava verso riva lentissimamente,
senza farla strisciare sul fondo e, soprattutto, senza farla uscire dall’acqua.
Quando era a pochissimi metri, la si depositava dolcemente sul fondo, di
abbandonava la pertica e, in due, ci si portava – scendendo nell’acqual –
silenziosamente a fianco della fascina. Poi, uno per lato, la si prendeva, la
si accostava a riva il più possibile, sempre a fior d’acqua ma mai fuir, poi,
di colpo, con uno slancio, la si buttava sul greto. Le anguille che erano
dentro si buttavano immediatamente fuori, cadendo sulla sabbia o sui sassi e
noi, con tenaglie apposite, le si agguantava e le si metteva nel secchio.
Poi, la fascina
veniva riposizionata sul fondo.
Così per le altre
fascine.
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583) – 1960 – Autostrada Adriatica. Giravo l’Italia solitario,
con la mia FIAT 500 di seconda mano e, all’Ostello della Gioventù di Bari,
trovai due inglesine che facevano l’autostop verso
l’Inghilterra.
Con una tirata, di cui non sarei più capace (dato anche il tipo
di macchina), partimmo presto e, senza riprender fiato, le portai fino a
Piacenza, dove mi fermai all’ostello. Anche loro, credo; ricordo che
cercavano un passaggio verso Milano.
Qui, sono fotografate durante una breve sosta.
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585) – 1941 – In alcune foto passate, parlai del frantoio dei nonni materni a Pontedassio. Il 3 maggio 1941
io rimasi orfano di madre e mio padre si trovò con due bimbi piccoli (io di sette anni e mezzo e mio fratello Carlo di meno di quattro) da gestire. Dovendo fare scuola, affidò Carlo ai nonni paterni a Monforte e me ai nonni materni a Pontedassio, dove terminai la seconda elementare, ammesso tacitamente in classe come uditore dal buon maestro.
Il frantoio, in regione Santa Lucia, era solo in affitto e non aveva la luce elettrica. La forza motrice per le macine veniva dalla ruota azionata da un piccolo canale d'acqua; la spremitura dei torchi dell'olio avveniva a forza di braccia e per l'illuminazione ci si serviva
soprattutto di lumini ad olio come quello della foto, che è proprio quello di allora. Si usava l'acetilene solo nella sala della torchiatura.
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