Ave Maristella 20

ELUSIONE DI DOVERI (Febbraio 2010)

La gentile Maristella ha emanato due provvedimenti: di uno, assai buono, parlerò la prossima volta; dell'altro, parlerò subito.
      Si tratta della riduzione dell'obbligo scolastico dai 16 ai 15 anni. Il Ministro mi dirà che non è così, ma non ci credo.
      Sulla carta, si tratterebbe di avviare obbligatoriamente al lavoro quei ragazzi che non se la sentono di stare sui banchi ancora un anno. In pratica, mi pare un modo un alquanto rozzo per risparmiare un po' d'insegnanti.
      Sappiamo tutti benissimo - specie chi è o è stato nella scuola - che parecchi ragazzi non sono adatti a studi teorici e che, di conseguenza, si trovano male sui banchi quando già hanno 14/15 anni. Ma sappiamo altrettanto bene che la formazione di una persona si completa nella scuola, se questa sa assolvere al suo compito. Il mandarli a fare apprendistato pratico (spesso, solo manuale) fa correre il rischio di incorrere semplicemente in uno sfruttamento minorile legittimato, che sempre sfruttamento è. Il datore di lavoro, pur nel rispetto delle regole, non può fare a meno di tenere d'occhio i suoi bilanci, perciò, se è una brava persona, istruirà il ragazzo nel suo mestiere, ma solo in quello, soprassedendo per forza di cose ad ogni inculturazione generale. Ovviamente, non faccio nemmeno il caso che si ricorra a contratti d'apprendistato fittizi.
      Sarebbe stato educativamente più accettabile se la cara Maristella, pur coi problemi dell'imminente maternità e del recente matrimonio, avesse meditato un pochino di più e avesse tratta la conclusione che lo Stato non deve sottrarsi al suo compito di educatore e formatore di personalità.
      E' un compito difficile, che non può avvenire fuori dallo Stato o senza il controllo dello Stato; non è questione di scuole statali o non statali, ma di scuole e basta.
      Certo, se gli istituti professionali, che tanto merito hanno avuto ed hanno, continuano a scimmiottare gli istituti tecnici, come è avvenuto nell'ultimo ventennio per il non infondato timore di venire soppressi, genereranno sempre dei frustrati e dei disadattati. Dovrebbero modificarsi alquanto, limitandosi a richiedere nelle parti teoriche solo ciò che il ragazzo può dare, ma insistendo (e con questi ragazzi, più che con altri, è necessario) sul cittadino moralmente completo, trovando, per le parti pratiche, sfoghi in laboratori generici veramente di base e propedeutici a studi pratici più approfonditi. Teniamo presente che si sta parlando, in pratica, solo del primo biennio dei professionali, non più in là.
      Ma bisogna che lo faccia lo Stato, con scuole proprie o legalmente riconosciute, senza lavarsene le mani e pulirsi la coscienza col dire che il lavoro sotto un padrone è il miglior modo per diventare buoni cittadini. Quelli della mia età non ci credono più.

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