22 FEBBRAIO 1945 (Marzo 2005)
Caro Beatissimo Angelo, compatrono
di Cuneo,
Mentre sto
scrivendoTi, è il 22 Febbraio 2005; a Cuneo è una giornata fredda, ma
abbastanza serena. Sessant'anni fa - Te ne ricordi? - , il 22 Febbraio ero a
Novello, sulle Langhe. Parlo di quel giorno, perché - come Tu sai - è stato il
giorno più terribile della nostra vita familiare. Torno sull'argomento, perché
Te ne voglio parlare un po' più a lungo.
A
Novello, quel giorno c'era il sole ed era anche una giornata tiepida, come
succede spesso di Febbraio. Dopo pranzo, verso l'una e mezza o le due, come
facevamo sempre, si era usciti davanti casa per far due chiacchiere coi vicini.
Le cucine erano tutte solo al piano rialzato; c'erano i soliti due o tre
gradini, si usciva, ci si siedeva sopra e si chiacchierava.
Nella
strada non passava nessuno; forse passavano due automobili nelle 24 ore, ma
forse anche meno; qualche giorno nessuna. La strada era un acciottolato, una
stradina stretta tutta con ciottoli rotondi, non con i sampietrini, come si usa
ora. Qualche donna tirava fuori la sedia, che d'estate si lasciava direttamente
fuori anche di notte, ma a Febbraio era troppo presto; poteva ancora nevicare.
C'eravamo
noi: mio padre, mia madre, noi tre figli, c'era Maria di Fiorenzo, c'era il
Biondino. Noi abitavamo al numero 22 di quella che pomposamente ed
ufficialmente si chiamava e si chiama via Umberto I°, ma che volgarmente era
detta
Al
26, sempre sui gradini, c'erano Rosina e suo marito Adolfo Borio, mutilato
della prima guerra mondiale. Fra l'altro, io l'ho sempre ammirato per il suo
patriottismo. Nel 1915, allo scoppio della guerra, aveva una macelleria in
California. L'hanno avvertito che era arrivata la cartolina-precetto; poteva
tranquillamente starsene in America, ma disse: No,
Quel
giorno, si chiacchierava, commentando sottovoce l'arrivo dei repubblicani in
paese: "C'è di nuovo la repubblica!", si diceva.
La
repubblica voleva dire i repubblicani, cioè, i militi di Salò; non sapevamo
ancora che Montanelli li aveva definiti repubblichini: "Ma santo Cielo!
Cosa cerca la repubblica a Novello, in un paesino così!".
Ignoravamo
che era già stata in casa di quel Settimo, la cui vecchia madre era corsa a
chiamare il marito (si veda la foto 24). La repubblica venne più avanti, con un
indirizzo in mano, guardò la nostra porta e chiese: "Chi è il maestro
Ferrero?".
Mio padre,
tranquillamente, disse:"Sono io".
“Venite con
noi". I fascisti usavano il voi.
"A far
che?"
"Venite con noi
e basta".
Che
fare? Erano le due del pomeriggio; mia madre gli porse l'unico vecchio soprabito
che aveva e partirono.
"Dobbiamo portarvi a Ceva" gli
dissero. Ma la strada presa conduceva a Barolo.
"Di qui non si
va a Ceva" obiettò mio padre.
"Prima, dobbiamo
portare un carro di roba a Barolo".
Erano
saliti per la strada lunga, perché avevano qualcosa (non ricordo se fosse un
carretto o altro) da consegnare ad un altro drappello, probabilmente
proveniente da Alba. Evidentemente, c'era un appuntamento, perché, a consegna
avvenuta, un drappello ritornò verso Alba. Dopo due chilometri, si fermarono in
una cascina, al Pilone, e si fecero dare vino ed altre vivande da Modesto
Marengo. Mio padre fu chiuso in una stanza. L'unica cosa che fece, fu di
sminuzzare lentamente, ma accuratamente, la tessera del partito - Te l'hai mica
a male se era il P.S.I., ma non so se si chiamasse così o P.S.I.U.P. o che
altro - che era un semplice dischetto con un numero. Fra parentesi, ad Alba i
tedeschi fucilarono un contadino perché aveva in tasca un dischetto con un
numero, ma era il semplice contrassegno ricevuto al momento del deposito della
bicicletta al posteggio, che allora si chiamava stallaggio.
Ciò
fatto, mio padre non aveva timori, perché non era un partigiano e non faceva
niente di particolare. Meglio, non faceva niente che essi potessero sapere; in
verità, scriveva articoli su un giornale clandestino socialista, ma erano
anonimi. Mi dispiace che, malgrado ricerche, non sia mai riuscito a trovarli,
anche perché non conoscevo il giornale nè lo pseudonimo.
Scaricato
il carro, tornarono indietro a Novello, sempre a piedi. Erano le quattro.
Chiese: "Posso passare a casa?".
"Se volete,
tanto passiamo di lì".
Aveva
due o tre pacchetti di sigarette (merce rara a quel tempo) che teneva nascosti,
anche perché fumava pochissimo. Li diede a due soldati e ci salutò tutti. Mi
ricordo, anche se ero bambino, che era molto emozionato e preoccupato. Ci baciò
tutti e partirono.
Solo
dopo ci disse perché era così emozionato. Durante il viaggio per e da Barolo,
era riuscito a parlare con alcuni militi. Uno gli disse: "Guardate,
maestro (aveva sentito che lo chiamavano così), noi siamo, per buona parte, dei
rastrellati, che siamo stati inquadrati qui. Ma, su 24, ce ne sono 5 o 6 veramente
convinti di quello che fanno; in particolare, il romagnolo che fa il guardiano
a voi in modo specifico".
"Ma io non ho molti timori, non
ho fatto niente".
Il
rastrellato ripetè: "Guardate, maestro, che la situazione è brutta, perché
voi non lo sapete, ma siete stato condannato a morte e sarete fucilato domani
mattina a Ceva. Siamo diretti verso
"Che cosa posso
fare?"
"Io non lo so, non
dovrei nemmeno parlare con voi. Se dovessimo sparare, una ventina di noi
sparebbero in aria, ma 5 o 6 sparerebbero mirando giusto. Regolatevi".
Partirono per
andare a Monchiero, attraverso un sentiero, detto, dal nome di un Tuo collega,
delle Rocche di San Nicola, perché passa proprio a margine di dette rocche,
bellissimi calanchi dell'Appennino. Non avevano più il carretto (o quel che
fosse), perciò erano più liberi.
"Quella è la
strada più corta per Monchiero?".
"Si, rispose mio
padre, è la più breve".
"Però, si può
prestare ad imboscate, perchè passa proprio sotto un promontorio (è il Bricco
della Croce, altro nome a Te noto), che si presta ad agguati dei ribelli".
Replicò
mio padre: "Per quel che ne sappiamo, su quel bricco non abbiamo mai visto
ribelli; sarebbe un caso che ce ne fossero adesso".
In
verità, disse così, per non far capire che sapeva benissimo che, quel giorno,
sul Bricco i partigiani non c'erano.
S'incamminarono
nel sentiero in discesa. Lui era il penultimo della fila; dietro di lui c'era
soltanto il suo guardiano che lo seguiva a due metri, sempre col mitra puntato.
Però, lo spettacolo dei calanchi era una curiosità ed il milite non si tenne.
Si sporse in avanti per guardare in giù, nello strapiombo.
Tu che avresti
fatto? Mio padre mi raccontava della tentazione che gli venne di dargli una
semplice spinta mentre guardava in giù e quello sarebbe precipitato nel
burrone; però si era reso conto che avrebbe potuto solo correre in salita (in
discesa no, perché aveva davanti tutto gli altri) e correre in salita è
pericoloso, perché è facile sparare ad un fuggiasco che si arrampica allo
scoperto, visibilissimo fra alberi senza foglie.
Continuarono
a scendere fino alla stazione di Monchiero, dove il grosso della Compagnia
attendeva proprio il drappello che era salito a Novello per portare il carro e
per arrestare alcune persone, fra cui mio padre.
A
Monchiero, il capitano disse: "Dobbiamo subito partire per Dogliani e,
poi, per Ceva".
I
soldati fecero presente che non era possibile continuare a camminare per ore
senza mangiare. Il capitano ne convenne, ordinò l'alt ed invitò tutti a
procurarsi del cibo nelle case o dove lo trovassero, fermo restando che il
romagnolo guardiano di mio padre doveva sempre tenerlo in custodia.
Mio padre fu fatto
sedere dal romagnolo ad un tavolo d'angolo, a pianterreno dell'albergo, mentre
i soldati cercavano di mangiare frettolosamente. Ad un certo punto, il
romagnolo fece cenno all'albergatore di avvicinarsi e gli parlò all'orecchio.
Poi, si alzò ed uscì, convinto che gli altri militi tenessero d'occhio il
prigioniero.
Il
quale chiese ad Alfredo, l'albergatore suo amico: "Cosa ti ha chiesto?".
"Voleva andare
al gabinetto".
"E perché è
uscito?"
"Volevi mica che
sporcasse il mio gabinetto? Gli ho detto che il più vicino è quello della
stazione ferroviaria, proprio qui di fronte".
Mio
padre pensò rapidamente; non aveva più molte soluzioni. Scandì mentalmente il
tempo: adesso il romagnolo è sulla piazza, ora entra nel gabinetto, ora chiude
la porta, ora abbassa i pantaloni, ora si accovaccia. Io tento...".
Si
alzò lentamente, come annoiato, si avvicinò all'uscita stiracchiandosi, come
chi vuol prendere una boccata d'aria, si avviò per la strada in leggera
discesa, come per far due passi. Dopo sessanta/settanta metri, cominciarono a
sparare furiosamente.
"Ecco che il romagnolo ha
scoperto la mia assenza!", pensò mio padre e si nascose lestamente dietro
la casa dei Gallo, un centinaio di metri dal luogo da cui sparavano. Attese
alcuni minuti, poi, si tolse il soprabito chiaro, uscì come un passante
qualunque col suo abito scuro, col soprabito raggomitolato sulla pancia (era
l'unico che aveva...). Come sbucò sulla strada, ricominciarono a sparare come
matti, ma c'era una leggera curva e si era in pianura. Non ci pensò due volte e
cominciò a correre come Berruti, per la strada verso Narzole. Dopo altri cento
metri, vide una donna in bicicletta che, spaventata dagli spari, stava
rallentando per fermarsi. Le si buttò contro, le strappò la bicicletta
dicendole "Poi gliela restituirò", la inforcò e si mise a pedalare,
come Bartali, di cui era tifoso.
Ormai,
era salvo; lui era in bici, le truppe erano appiedate, la strada era in
pianura. Per la verità, mi diceva di non aver sentito molte pallottole
fischiare, probabilmente, perché sparavano con una mitragliatrice gestita da un
rastrellato, che si guardava bene dal mirare giusto. Il romagnolo, invece,
aveva solo lo sten, la cui precisione, dopo
Non affrontò subito i
tre chilometri di salita per venire a casa, ma si fermò in un cascinale in
pianura per attendere gli eventi. Quando fu sicuro che i repubblicani non erano
in grado di organizzare un inseguimento, prese la strada verso Novello, dove
giunse verso le sette di sera, contento di riabbracciare noi figli e la moglie.
Ma
la moglie non c'era. E questa è un'altra storia, che voglio raccontarTi, anche
se già la conosci.
Dopo
che erano tornati da Barolo e che si erano incamminati verso Monchiero, cioè,
dopo le quattro del pomeriggio, mia madre volle fare qualcosa. Depose in un
nascondiglio in casa il finto corsetto gessato, che portava sempre e che
conteneva il tesoro in contanti dei partigiani locali (duecentomila lire di
allora, quando lo stipendio mensile era di 900 lire) e partì a piedi per
raggiungere i repubblicani. Lasciò la mia sorellina di due anni ad una vicina e
lasciò me (undici anni) a guardia di mio fratello di sette.
Quando
li raggiunse, mio padre era già fuggito ed essi erano già in marcia oltre
Monchiero, verso Dogliani. Mia madre, con un bel coraggio, andò dritta dal
capitano (se lo era fatto indicare) e gli chiese di mio padre. Qui, la fortuna
l'aiutò, perché il capitano non sapeva ancora niente della fuga di mio padre.
In fondo alla colonna, il romagnolo - che, se ricordo bene, era un sergente -
aveva informato del fatto il suo tenente, ma questi, giustamente timoroso, non
aveva ancora ardito informarne il capitano, viaggiante in testa alla colonna.
Il quale capitano disse che mio padre era custodito dal sergente romagnolo e
concluse: "Vostro marito è in buone mani; voi andate via subito e non
fatevi più vedere. Se proprio volete vederlo, aspettate la coda della colonna,
salutatelo da lontano e toglietevi dai piedi".
Mia
madre attese gli ultimi; poi, visto che non vedeva mio padre, ne chiese notizia
all'ultimo graduato. A questi (era il romagnolo) non parve vero di avere una
nuova preda, l'acchiappò, le puntò il mitra e le disse: "Vostro marito è
un ribelle ed è fuggito; ma noi abbiamo voi. Venite con me dal tenente e poi
dal capitano."
Mia
madre cominciò a protestare, ma dovette andare dal tenente. Questi non sapeva
che pesci pigliare, mentre mia madre non implorava affatto, ma, col coraggio
che si ritrovava, minacciava.
"Il capitano mi
ha detto di sparire subito. Volete disobbedire voi?"; fu più o meno il
ragionamento che fece, urlando.
Il
tenente rimase interdetto, poi, non osando arrestare una donna innocente senza
l'avallo del capitano e non osando interpellarlo dopo che questi aveva già
congedato la donna, a malincuore la lasciò andare.
Per
dirla tutta, solo Tu e i Tuoi colleghi del Cielo sapete ciò che passò per la
testa di quei tre graduati, quale tumulto di rabbia e di timore li convinse a
lasciar andare mia madre. Per la verità, sapemmo dopo che c'era un po' di
finzione: il capitano sapeva tutto, ma era un gran brav'uomo e non voleva
fucilare nessuno. Era contento della fuga, ma non poteva dirlo.
Mia
madre, ancorché corpulenta, si fece di corsa i cinque chilometri di salita fino
a Novello, dove raggiunse noi e, soprattutto, mio padre che, a sua volta, ora
era in ansia per le sorti di mamma.
Caro
Beato, a quel tempo, non Ti conoscevamo ancora, ma certamente qualche Tuo
collega ci ha protetti. Ringrazialo per noi. Vedi come sono infinite le vie di
Voi di Lassù: chi avrebbe mai pensato che un po' di sciolta sarebbe stata
provvidenziale?
Da
quel giorno, e per parecchie notti, mio padre non dormì a casa, ma presso
vicini ospitali, cambiando letto, per prudenza, ogni due o tre notti. Al
mattino, appena alzato, veniva a casa a far colazione, poi faceva sempre il
giro del paese, da cui si spazia sulle valli ad est, a nord e ad ovest (da sud
non sale nessuno, perché ci sono le Rocche di San Nicola), per scorgere
eventuali movimenti di truppe, poi andava a far scuola. Non perse nemmeno un
giorno.
Da allora, il 22
Febbraio si celebrò sempre
Per
molto tempo, non sapemmo perché volessero fucilare mio padre. Ne venimmo in
chiaro nel tardo autunno, quando, in una caserma di Cherasco, sede dei
repubblicani, fu trovata la lettera che lo denunciava. Un partigiano, amico di
famiglia, la fece vedere a mio padre, che mi disse di copiarla (non c'erano
fotocopiatrici), ma non ne ebbi il tempo, perché altre persone la volevano
leggere. Ne copiai solo l'intestazione, che ancora ho, sia pure solo in
fotocopia, perché pochi anni fa si è perso anche il foglio che scrissi allora;
meno male che, poco prima, se n'era fatta altra copia.
Come
dissi, non la copiai, ma la lessi tutta e ne ricordo le parti principali. Mi
pare fosse scritta a macchina (ma non ne sono sicuro) ed era composta da un
biglietto d'accompagnamento, che diceva così (fotocopio le due striscioline di
carta, a loro volta fotocopie, che ancora mi rimangono. La grafia è la mia, di
quando avevo dodici anni.
Della lettera, copiai solo le prime
due righe - credo - , che dicevano:
Poi, non
ebbi il tempo di copiare più in là.
Mi
ricordo solo che c'erano tanti nomi di gente accusata di antifascismo, fra cui
quello di mio padre, definito RADIOLONDRISTA ed organizzatore di funerali per i
ribelli uccisi.
Caro Beato, Tu sai come in Italia sia facile il rimuovere le
memorie che non ci piace ricordare. Così come nessuna scuola e nessun sindacato
sa ritrovare copia di quel bollettino di cui parlai nella "perfetta
Letizia" intitolata "Il Gatto e la Volpe",
così nessuno è mai riuscito a rintracciare l'originale della lettera sopra
citata.
Eppure, nei
decenni scorsi, interessai varie persone.
Ora,
nella speranza che - come Te - leggano questa pagina, prego coloro che ne hanno
la possibilità di riprendere le ricerche. Possibile che, fra Prefettura,
Istituto Storico della Resistenza, Archivio di Stato, Archivio dei Comandi
Militari, eccetera, non si trovi traccia di quella lettera? Come Tu ben sai,
io, per molti anni, prestai servizio in un ufficio scolastico; se mi avessero
chiesto notizie di un qualche atto di 40 anni prima, lo avrei trovato
certamente. Ora, gli anni sono 60, ma la materia è troppo interessante per
pensare che sia stata negligentemente (dire volontariamente, mi parrebbe grave)
buttata al macero.
Caro Beato, tocca il cuore di qualcuno e fammi ritrovare
quella lettera.
Con devozione, il Tuo fedelissimo
Giovannino del Maestro
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